Noto sempre di più uno sconfinamento, più o meno evidente, da parte di chi mostra o scrive “erotico”, nella pornografia. Tutti amano usare la parola “erotismo”, si offendono se li definisci pornografici, ma al solito è solo questione di etichette. O no?

Da molto tempo mi pongo alcune domande a cui, lo confesso, non sono ancora riuscita a dare una risposta. Premesso che tutto è legato ai gusti, ma soprattutto alla cultura di appartenenza e/o a quella a cui si rivolgono gli scritti (perché nello specifico sono una scrittrice ed esaminerò questo tema solo dal punto di vista della scrittura), so in partenza che con queste riflessioni finirò per scatenare qualche polemica e forse qualcuno si sentirà chiamato in causa direttamente, ma non è questa la mia intenzione. Come autrice ho iniziato con la scrittura erotica e, anche se poi sono passata ad altri generi, di certo non la abbandonerò perché amo raccontare tutte le sfumature dell’animo umano, almeno quelle che mi sento capace di affrontare. Però, girando sui vari social o anche leggendo libri, sono sempre più perplessa e voglio almeno tentare di chiarirmi le idee.

Da dove inizio? Direi di cominciare dalle basi, ovvero dal dizionario.

 

 

Erotismo s. m. [der. di erotico]. – 1. L’insieme delle manifestazioni dell’istinto sessuale sia sul piano psicologico e affettivo sia su quello comportamentale. 2. Forma elaborata che la sessualità raggiunge, in modi culturalmente diversi, a misura che lo sviluppo della civiltà reprime, e nello stesso tempo educa, gli istinti quali si presentano nel loro aspetto più naturale e immediato. 3. Rappresentazione artistica, più o meno consapevole, di scene, situazioni, ecc. in cui si fa riferimento, non necessariamente esplicito, a parti o aspetti del corpo capaci di evocare il piacere amoroso: un racconto pervaso di un raffinato e.; un film ispirato a un e. ossessivo. 4. Corrente e atteggiamento letterario, filosofico e mistico che vede nella sessualità e nelle sue manifestazioni la rivelazione di una forza fondamentale dell’universo o una modalità di conoscenza talvolta di tipo estatico. (Treccani)

Pornografìa s. f. [dal fr. pornographie, der. di pornographe «pornografo»]. – 1. Trattazione o rappresentazione (attraverso scritti, disegni, fotografie, film, spettacoli, ecc.) di soggetti o immagini ritenuti osceni, fatta con lo scopo di stimolare eroticamente il lettore o lo spettatore: fare della p.; è un film che contiene solo p.; una campagna moralizzatrice contro la p.; un’opera in bilico tra raffinato erotismo e triviale pornografia. 2. ant. Scritto che riguarda le prostitute o la prostituzione. (Treccani)

Mi si sono chiarite le idee dopo aver letto le due definizioni? Assolutamente no! Eppure qualche spunto di discussione c’è (sono quelli evidenziati da me e non sul sito Treccani) e su questi voglio provare a dire la mia.

Nel caso di erotismo si parla di piano psicologico, affettivo e comportamentale, di forma elaborata che la sessualità raggiunge, di far riferimento e di capacità evocativa del piacere amoroso. Nel caso di pornografia si passa a trattazione o rappresentazione (attraverso scritti, disegni, fotografie, film, spettacoli, ecc.) di soggetti o immagini ritenuti osceni, fatta con lo scopo di stimolare eroticamente il lettore o lo spettatore.

Notate le piccole differenze? Nel primo sono evidenziati anche l’aspetto psicologico e comportamentale, nella seconda no. Nel primo si parla di far riferimento a, di evocare il piacere amoroso, nella seconda invece si tratta o si rappresenta qualcosa che, con riferimento alla cultura, è ritenuto osceno con lo scopo di stimolare eroticamente.

Siamo sempre in una zona di grigio, certo, ma delle differenze ci sono. Ora io non pretendo certo con queste mie riflessioni di fare chiarezza lì dove altri più preparati ed esperti di me non sono riusciti. Il mio scopo è un altro e mi piacerebbe conoscere il vostro parere in merito.

Perché chi scrive pornografia rifiuta questa etichetta come se fosse un’offesa imperdonabile se in realtà è ciò che fa e, se lo fa bene, deve solo esserne orgoglioso/a? Perché ci tiene tanto invece a precisare che si tratta di scrittura erotica? Tra tutti i miei scritti c’è sicuramente molto che può essere valutato come pornografico più che come erotico, e non me ne vergogno. È un genere, è una etichetta. D’altronde se dovessi scrivere un fantasy e volessi inserirlo fra i romanzi storici, mi considerereste, e a ragione, una ignorante.

È qui che non mi tornano i conti. Kim Basinger ha fatto sognare milioni di spettatori in Nove settimane e mezzo. La compianta Laura Antonelli è stata il sogno erotico di più di una generazione e alla grande Sharon Stone è stata sufficiente una accavallata di gambe per la scena erotica più hot dai tempi dell’invenzione del cinematografo. Nessuno, penso, le etichetterebbe come pornodive. Ma il mio corregionale Rocco Siffredi è su Wikipedia come attore pornografico e non mi pare abbia mai voluto essere definito diversamente. Perché ho la sensazione che ci si voglia infilare di forza dietro una etichetta che pare dare lustro, rifiutando in maniera secca e decisa quella più appropriata che viene invece vissuta come un insulto? Non è che, sotto sotto, dietro la facciata di persone emancipate e libere, costoro – uomini o donne che siano – sono ancora avvinti ai pregiudizi come un polipo allo scoglio?

Con il cuore, sempre.