Vivere la vita i sogni

Ognuno fa quello che può con quello che ha, anche questo in fondo è il senso della vita. Anche questo è vivere la vita.

E questo richiede energie, impegno, costanza. Non tutto è facile, eppure non è difficile. Nessuno può permettersi il lusso di giudicare la vita degli altri, anche se spesso chi lo fa è perché preferisce lamentarsi, invece che rimboccarsi le maniche o perché ha paura di affrontare il proprio riflesso nello specchio. È più facile provare acredine, invidia, amarezza per chi pensiamo abbia avuto più di noi. Pensiamo, appunto.

Forse è vero; forse qualcuno ha avuto più di noi. Un passato più dolce, maggiori risorse, supporto, amore. Altri lo hanno avuto però mille volte peggiore. Questo può darci un’impronta, ma non caratterizza ciò che siamo o che potremmo essere.

 

Quando la rappresentazione viene scambiata per la realtà

 

Mia nonna, nella sua infinita saggezza, mi ripeteva sempre che “i guai della pentola li conosce solo il cucchiaio” e fin da piccola ho fatto tesoro del senso profondo racchiuso in questo motto popolare. Perché noi non sappiamo, non sappiamo niente, non conosciamo se non l’apparenza delle cose, ma ci illudiamo del contrario. Le nostre sono solo rappresentazioni mentali di una realtà che è ben più profonda e in continuo mutamento.

Ma alcuni troppo spesso da questi schemi si lasciano guidare, finendo con il convincersi che il modo attraverso cui vedono la realtà, i loro schemi su di essa, siano la realtà stessa e niente e nessuno riesce a smuoverli. È facile riconoscere tutto questo: la persona non ha mai dubbi, non si pone nemmeno il problema, ciò che pensa e dice è, per lui o per lei, la verità assoluta. Il loro punto di vista non è, appunto, il loro, ma il metro universale attraverso il quale si sentono vittime con il diritto di tramutarsi in carnefici.

Inutile convincerli che le probabilità che non sia così sono alte, molto alte. Queste persone hanno regole proprie che servono a sostenere tutta l’impalcatura delle loro convinzioni, non vi permetteranno mai di far vacillare il tutto e mettere così a repentaglio l’immagine – o rappresentazione che dir si voglia – che hanno di loro stessi perché con quella struttura sono identificati e la non esistenza dell’una porterebbe alla non esistenza dell’altra.

 

Vivere la vita

 

Allora, se avete dubbi, se vi interrogate, se non siete mai certi delle risposte, allontanatevi da persone così. I punti di domanda sono vitali, non rischiate che, in un momento di distrazione, qualcuno li sostituisca con dei punti e a capo. Sarebbero i loro punti in uno scritto che però è il vostro: che confusione!

Non lasciate che giudichino la vostra vita; o meglio, il giudizio non potete impedirlo, ma potete fare qualcosa di ben più importante: vivere la vostra vita. Indossare le vostre cicatrici e vivere la vostra vita. Usare il dolore del passato per imparare le lezioni che la vita ha posto sul vostro cammino, a ognuno la propria strada e a ognuno i propri fardelli. Senza giudicare quelli degli altri, non cadete nel tranello in cui cadono loro.

Vivete la vostra vita. Capiranno se e quando vorranno capire, quando sarà il loro momento; forse mai. Non è una cosa che riguarda voi. Vivete la vostra vita.

 

La mia vita

 

A me la vita ha insegnato questo. Il dolore non so se sia stato maggiore o minore di quello che ha segnato le vite degli altri, ma non mi interessa. So solo che in molti momenti il mio era ed è grande. Troppo. Ma era ed è il mio, destinato a me. Grazie a esso di lezioni ne ho imparate tante e sono consapevole che ancora molte mi aspettano dietro l’angolo perché credo a chi dice che l’anima si incarna e permane in un corpo finché ha ancora delle lezioni da imparare, dei nodi da sciogliere, piccole zavorre da frantumare.

Il passato non è un alibi, ma un insegnante severo. Il dolore non è una ingiustizia, ma uno strumento: a noi decidere cosa farne.

Vivere la vita o giudicare

 

Scava, rompi e poi ricostruisci

 

Questo è un lavoro meticoloso, impegnativo. Non ti lascia il tempo per preoccuparti di quello che pensano gli altri. A un certo punto, camminando e lavorando, spaccando macigni e ricostruendo, ti accorgi che non ti importa proprio più del resto, dell’esterno, di ciò che è al di fuori. Perché lavorare stanca, ma è una stanchezza buona, positiva. È un lavoro da operaio, umile, duro a volte.

Ma quando ti siedi per riposare, quando fai una pausa, respiri e ti guardi intorno e vedi intorno a te persone che ti amano, che tengono a te. La tua vita è semplice, ma ricca dei beni più preziosi. Quelli che non baratteresti con nient’altro e con nessuno. E sorridi.

Chi si ferma in superficie, è questo che ti invidia. È questo che ti strapperebbe dalle mani ritenendo che non sia tuo diritto averlo. Un pane simbolico, frutto del tuo lavoro altrettanto simbolico e che dividi con chi si è fatto venire i calli alle mani per lavorare al tuo fianco.  Potrebbero averlo, se solo iniziassero a vivere. Avrebbero il loro come tu hai il tuo e questo mondo forse non viaggerebbe al contrario e questa vita sarebbe per tutti più buona e più giusta.

 

Non dire, ma fare

 

Ma la vita non è buona e non è giusta. La vita è un processo naturale e in natura non esiste il concetto di giusto o sbagliato. Per questo in natura non esistono nemmeno l’invidia, l’amarezza, il giudizio. Se cerchiamo compassione per i torti, veri o presunti, che riteniamo che la vita ci abbia fatto, se cerchiamo riconoscimenti e apprezzamenti perché riteniamo ci siano dovuti, allora non stiamo vivendo, ma stiamo solo sprecando tempo. Non serve sbandierare ai quattro venti che non ci importi del giudizio degli altri, quando invece tutto ciò che facciamo o diciamo dimostra solo il contrario.

Non dire, ma fare. Solo questo può rendere dolce ciò che altrimenti ha un sapore amaro. È una rivoluzione copernicana, ma una cosa è certa: se sposti il punto di vista, se metti i paletti, marchi il tuo territorio e ti preoccupi solo che i frutti crescano rigogliosi nel tuo campo, non torni più indietro e l’erba del vicino non la vedrai nemmeno perché il tuo viso sarà sollevato in alto, ad ammirare le stelle.

Questo mi ha ricordato Martina, la protagonista del mio romanzo Senza più nome. E se ce l’ha fatta lei, ce la possiamo fare tutti. Se ce l’ha fatta lei, ce la posso fare anche io.

Con il cuore, sempre. Elisabetta Barbara De Sanctis cuore

Elisabetta Barbara De Sanctis firma