Amare una volta sola nella vita è un’avarizia che questa vita non si merita.

 

Lettere a un amore rubato, Giuliana e le sue lettere

 

Questo romanzo breve è molto diverso da quelli pubblicati in precedenza e non solo per la  lunghezza perché quella è relativa. Poche pagine, una storia che si presta a diversi piani di lettura e da cui spero che ognuno potrà trarre ciò di cui ha bisogno.

Quando ho iniziato a pubblicare mi fu consigliato di seguire in qualche modo le tecniche narrative. Ho studiato molto, ho applicato e devo ammettere che il consiglio era buono. Però dentro di me scalpitava qualcosa e continuavo ad avere la sensazione di aver “sacrificato qualcosa”, della scrittura e di me, che poi in fondo sono la stessa cosa.

 

Giuliana: una donna, mille donne

 

Così è arrivata Giuliana, la tessitrice di questa storia, già presenza latente in molti stralci che negli anni ho scritto sul web, seguendo non la logica, ma l’istinto. E quando l’ho vista, vestita di nero, i capelli biondi raccolti in un austero chignon, intenta a scrivere queste lettere alla luce di una lampada, ecco che ho visto – e non più solo sentito – il filo conduttore che univa quegli stralci.

Giuliana era lì, era sempre stata lì. Perché Giuliana è una donna, ma è anche un simbolo, un archetipo. In lei sono confluite esperienze personali poco piacevoli, ma anche e soprattutto quelle altrui, schegge di donne che hanno incrociato il mio cammino. Giuliana è semplicemente colei che, a un certo punto e grazie alla sofferenza, decide di lasciar morire ciò che deve morire per poter aprire la strada al nuovo. Una morte simbolica, come simbolico è anche quel fuoco alchemico, rappresentato dalla collera che arde e distrugge tutto, attraverso il quale si può sublimare il dolore e distillarne esperienza.

Sono le fasi del lutto, di qualunque lutto. È la morte che brucia la vita per poterne far nascere una nuova. È il passaggio iniziatico e obbligato attraverso il quale si arriva a incontrare se stessi.

 

Lettere a un amore rubato

 

Lettere a un amore rubatoTitolo: Lettere a un amore rubato
Autore: Elisabetta Barbara De Sanctis
Editore: pubblicazione indipendente
Genere: Narrativa
Data di pubblicazione: 27/11/2017
Versione: cartaceo ed e-book
Prezzo: ed. cartacea € 9,00;  e-book € 0,99
Pagine: ed. cartacea 70
ISBN: 978-1979869041
Link per l’acquisto: Amazon store e disponibile anche per gli abbonati al servizio Kindle Unlimited.

 

 

 

 

Trama

 

Giuliana è una donna come tante. Ha tradito ed è stata tradita. Ha amato, ha soprattutto amato. Ma nel momento della sconfitta, quando la sofferenza e il rancore minacciano di sopraffarla, decide di scrivere delle lettere a chi l’ha ingannata e messa da parte, negandole quella lealtà e quella verità di cui avrebbe avuto bisogno per affrontare e superare il dolore.
Due giorni, questo il tempo che Giuliana si concede per incidere il suo dolore, per vergare di parole malinconiche e feroci dei fogli che forse nessuno leggerà mai. Due giorni per ripulirsi di tutto il veleno, smembrando se stessa prima ancora che quell’immagine idilliaca e distorta dell’altro che ha voluto costruirsi e che si è sgretolata sotto ai suoi occhi.
Due giorni per guardarsi dentro, per riparare le ferite di una vita intera inferte in nome dell’amore, dell’amore rubato: a se stessa.

 

Estratto

 

Non chiedermi: «Come stai?».
Io ti dirò bene o benissimo e a quel punto tu ti accontenterai e proseguirai per la tua strada, forse anche sollevato di non aver dovuto ascoltare qualcosa che ti avrebbe arrecato disturbo o magari fatto perdere tempo.

Eri distratto, non ti sei accorto che mi tremava la voce e che la mia non era una risposta dettata dall’orgoglio o dall’indifferenza, ma solo l’unica possibile da pronunciare con il poco fiato che mi restava, l’unica con cui mi sforzavo di incollare i pezzi, anche se questi continuavano a cadere.

Dicevi di «sentirmi». Non era vero, o avresti sentito cosa provavo. Dicevi che quell’abbraccio ci sarebbe stato sempre, lo ripetevi ogni volta che avevo paura di perderlo e io ne avevo. Ne avevo tanta. Non era vero. Dicevi che con quelle ali avrei potuto volare, sicura. Eppure non ho appigli e cado, ancora una volta da sola.

Eri distratto o insofferente, quelle due parole di rito erano una pratica da sbrigare abbastanza in fretta, così da poter fare altro, guardare altro. Ma se, tra i tanti punti intorno a te su cui avresti potuto posare lo sguardo, tu ti fossi preso il tempo e la voglia di incrociare i miei occhi, allora avresti capito. E avresti riavvolto il nastro del tempo di qualche secondo, giusto il necessario per incastrarti tra il mio «sto benissimo» e il tuo girarti e andartene via. Quello sarebbe stato il momento perfetto per abbracciarci, per esserci, oltre le parole, per trovarsi. Perché «esserci» è un privilegio quando si ama davvero. Però bisogna volerlo.

Invece sei scappato via troppo velocemente e la mia mano stanca, tesa per sfiorarti, ha trovato solo il vuoto e le mie lacrime sono state null’altro che lo specchio dei tuoi passi furtivi e frettolosi.

 

 

Sai quella sensazione strana che ti stringe la gola quando le parole non arrivano o arrivano tardi? Come se ci fossimo dati un appuntamento e tu non fossi arrivato e io fossi rimasta lì sui binari, con la valigia in mano, sotto la pioggia, a scrutare viaggiatori che corrono per cercare un riparo nei sottopassi della vita.

Ho aspettato. Ho aspettato così tanto che si sono inzuppati i vestiti, la valigia e persino le ossa. Ho aspettato per giorni e per notti, ho smesso di dormire e di mangiare perché sapevo che doveva essere capitato qualcosa, tu non mi avresti mai lasciata lì ad attenderti senza un motivo, senza una parola vera, una parola che non fosse una bugia.

Invece non sei mai venuto. E io che tanto ti avevo aspettato, ho continuato, ma solo per un po’. Perché le menzogne si reggono in piedi finché le sostieni e non puoi distrarti, nemmeno per un fottuto attimo. Ho aspettato per un po’ e in quell’attesa il cielo si è strappato e si è svelato per ciò che era davvero: non un cielo vero, ma una messinscena a uso e consumo dell’unica spettatrice pagante. Solo che il prezzo è stato troppo alto, pur se lo spettacolo era orchestrato bene, su questo niente da dire. Ma troppo alto, troppo alto comunque. E allora ho smesso perché aspettare è tutto quello che non posso, non voglio più fare. Aspettare è il verbo che resta quando le parole non sanno più dove andare.

 

Un ringraziamento dal cuore ai lettori e alle lettrici che hanno dedicato e dedicheranno anche in futuro due minuti del proprio tempo per lasciarmi una recensione, un parere, anche solo un semplice commento. Per me siete preziosi, grazie!

 

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